Quando nascere libere non basta: mappa globale di una libertà ancora negata.
L’aborto è una realtà. Succede in ogni Paese, in ogni classe sociale, in ogni epoca. È parte dell’esperienza riproduttiva di milioni di persone. Eppure, in gran parte del mondo, è ancora un diritto negato, criminalizzato, ostacolato.
Nonostante le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’aborto sicuro non è garantito ovunque. E quando manca l’accesso, non diminuisce il numero di aborti: aumenta solo il rischio per chi lo affronta.
Una mappa diseguale
Secondo il Center for Reproductive Rights, oggi:
- solo il 36% delle donne in età riproduttiva vive in Paesi in cui l’aborto è legale su richiesta,
- oltre 90 Paesi lo permettono solo in casi limitati (es. rischio per la vita),
- in almeno 24 Paesi, è completamente vietato, senza eccezioni.
Tra i Paesi con accesso completo ci sono: Canada, Francia, Sudafrica, Tunisia, Argentina, Australia, Nepal.
Tra quelli con divieti totali: El Salvador, Honduras, Egitto, Madagascar, Senegal, Malta, Filippine.
Tipologie di leggi nel mondo
Il portale dell’OMS abortion-policies.srhr.org classifica i Paesi in base alle condizioni legali:
- Accesso su richiesta (entro un limite di settimane)
- Consentito per ragioni socio-economiche o salute mentale
- Consentito solo per proteggere la salute fisica o la vita della persona gestante
- Vietato o fortemente limitato
Spesso la legge permette l’aborto in teoria, ma di fatto lo rende inaccessibile: per burocrazia, obiezione di coscienza, mancanza di strutture, costi proibitivi o stigma.
Le conseguenze di leggi restrittive
Secondo l’OMS, nel mondo avvengono circa 73 milioni di aborti ogni anno. Di questi:
- quasi il 50% è considerato “non sicuro”,
- l’Africa subsahariana è la regione con il più alto tasso di aborti non sicuri,
- circa 39.000 donne muoiono ogni anno per complicazioni legate ad aborti pericolosi.
- centinaia di migliaia subiscono lesioni permanenti, sterilità, traumi.
In Paesi dove l’aborto è vietato, chi lo pratica può affrontare:
- carcere (El Salvador, Nigeria),
- stigma sociale e ripudio,
- trattamenti degradanti nelle strutture sanitarie,
- rifiuto di cure post-aborto.
E no, le leggi restrittive non riducono il numero di aborti. Lo conferma l’OMS: “i tassi di aborto sono simili nei Paesi dove è vietato e in quelli dove è legale – ma nei primi è molto più pericoloso.”
Dove funziona: esempi positivi
Ci sono però anche buone notizie. Negli ultimi 25 anni, oltre 60 Paesi hanno liberalizzato le proprie leggi sull’aborto.
Argentina ha legalizzato l’aborto fino alla 14ª settimana.
Nepal offre l’aborto gratuito nei centri pubblici.
Sudafrica ha una delle leggi più avanzate al mondo, pur tra molte sfide pratiche.
Colombia ha depenalizzato l’aborto fino alla 24ª settimana nel 2022.
Dove l’aborto è legale, sicuro e accessibile:
- si riduce la mortalità materna,
- aumenta il ricorso precoce all’interruzione (meno rischi),
- diminuiscono i costi sanitari complessivi.
Cosa dice il diritto internazionale?
A oggi, non esiste un trattato ONU vincolante che garantisca esplicitamente il diritto all’aborto. Tuttavia:
- Il Comitato ONU per i Diritti Umani ha dichiarato che criminalizzare l’aborto viola il diritto alla vita, alla privacy e alla libertà dalla tortura.
- L’OMS raccomanda la depenalizzazione completa dell’aborto, l’abolizione del consenso obbligatorio di terze parti e l’integrazione dell’aborto nei sistemi sanitari primari.
Molti Stati usano la scusa della “sovranità nazionale” per non aderire agli standard internazionali, anche quando questi raccomandano depenalizzazione e accesso sicuro.
Dove si va: tra resistenze e progressi
Le forze conservatrici restano forti. In Polonia, l’aborto è ora legale solo in caso di pericolo di vita. Negli USA, dopo la cancellazione della sentenza Roe v. Wade, milioni di donne hanno perso il diritto all’aborto.
In molti Paesi, i movimenti anti-choice investono milioni per influenzare opinione pubblica, sanità e legislazioni.
Ma ci sono anche movimenti globali pro-choice sempre più organizzati:
Women on Waves, Safe2Choose, Ipas, Médecins du Monde, Center for Reproductive Rights – insieme a migliaia di attivistə in ogni continente. Ne parleremo più approfonditamente in futuro.
In conclusione
L’accesso all’aborto non è una questione di opinioni: è una questione di salute, di dignità, di diritti umani.
Negarlo significa condannare milioni di persone alla paura, alla sofferenza e alla morte evitabile.
In Matunda News, continueremo a monitorare mappa, leggi e storie.
Perché sapere è potere. E scegliere, deve essere un diritto, non un privilegio.
Per maggiori informazioni sulla legislazione sull’aborto nei vari paesi del mondo: