Quando la scelta non basta, serve giustizia.
Nel dibattito pubblico si parla (ancora poco nonostante tutti i discorsi sull’aborto degli ultimi anni) di salute riproduttiva. Quando succede, spesso si riduce tutto a “servizi sanitari”, “contraccezione” o “diritti delle donne”. Ma c’è un concetto che va oltre: la giustizia riproduttiva.
Un approccio politico, sociale e intersezionale che parte da una domanda semplice:
Chi ha davvero il potere di scegliere?
Spoiler: non tutte e non tutti.
Salute, diritti, giustizia: facciamo chiarezza
Per capire cos’è la giustizia riproduttiva, dobbiamo prima distinguere tre concetti fondamentali:
- Salute riproduttiva: è l’accesso effettivo a servizi, informazioni e cure per vivere in modo sicuro e dignitoso la propria sessualità e fertilità. Include contraccezione, aborto sicuro, parto assistito, prevenzione IST, ecc.
- Diritti riproduttivi: sono i diritti legali e politici che garantiscono libertà di scelta e accesso a quei servizi. Esistono se sono riconosciuti da leggi, politiche pubbliche e finanziamenti adeguati.
- Giustizia riproduttiva: è la possibilità concreta di esercitare quei diritti. È l’integrazione di diritti, salute e giustizia sociale. Parte da un principio: se non hai reale accesso, allora la scelta è un’illusione.
Come ha scritto la rete femminista afroamericana SisterSong, che ha coniato il termine nel 1994:
“La giustizia riproduttiva esiste quando tutte le persone hanno il potere economico, sociale e politico di prendere decisioni informate e autodeterminate sulla propria sessualità, corpo e riproduzione.”
I tre pilastri della giustizia riproduttiva
La giustizia riproduttiva si basa su tre diritti fondamentali:
- Il diritto di non avere figli
Significa poter accedere a contraccezione sicura, a un aborto legale, e poter vivere la sessualità senza paura o violenza. Non è solo questione di cliniche: è questione di autonomia, informazioni, assenza di stigma e di barriere culturali o economiche. - Il diritto di avere figli
In molte parti del mondo (e anche in Italia), alcune persone vengono scoraggiate, ostacolate o persino forzate a non avere figli. Succede a donne disabili, donne nere, migranti, persone trans, persone in povertà. La giustizia riproduttiva difende il diritto di poter diventare genitori senza discriminazioni. - Il diritto di crescere figli in ambienti sicuri e sani
Non basta partorire: serve poter garantire a sé stessə e ai propri figli un ambiente sicuro, libero da razzismo, povertà, violenza domestica, guerre, emergenze climatiche. La giustizia riproduttiva è anche diritto all’abitare, al lavoro, all’educazione, alla protezione.
Senza libertà di scelta reale e senza contesto che garantisca accesso, sicurezza e dignità, i diritti riproduttivi rimangono vuoti, retorici e diseguali.
Perché è una prospettiva intersezionale
La giustizia riproduttiva nasce dai margini. È stata teorizzata da donne afroamericane perché i femminismi bianchi, liberali e istituzionali non le rappresentavano. Parlare di “libera scelta” ha poco senso se la tua vita è segnata da razzismo, disuguaglianza economica, discriminazione sanitaria, violenza di genere o controllo statale.
Chi può davvero scegliere? Una donna che vive in una zona rurale senza cliniche? Una migrante che ha paura di essere denunciata? Una persona trans che subisce stigma dai sanitari? Una donna povera che non può permettersi un figlio ma a cui viene negato l’accesso alla pillola?
L’intersezionalità ci insegna che l’accesso ai diritti varia in base a razza, classe, genere, orientamento, abilità, status legale. E che la giustizia non è mai neutra: o è inclusiva o non è giustizia.
La nostra posizione: inequivocabilmente pro-choice
Essere pro-choice, pro-scelta, oggi non basta. È necessario essere pro-accesso, pro-uguaglianza, pro-autodeterminazione reale.
Noi siamo inequivocabilmente pro-choice perché crediamo che ogni persona abbia diritto di decidere sul proprio corpo. Ma siamo anche convintə che il diritto all’aborto, da solo, non risolve tutto.
Un aborto legale che non puoi permetterti, che non puoi raggiungere, che ti viene negato da un obiettore, o che ti fa vergognare, non è una vera scelta.
La giustizia riproduttiva ci ricorda che dobbiamo cambiare le leggi, i sistemi sanitari, la cultura e il linguaggio.
E in Europa?
Spesso pensiamo che queste siano questioni “da Sud globale”. E invece no.
In Italia, il 64% dei ginecologi è obiettore (dati Ministero della Salute, 2021). In Polonia e Ungheria, il diritto all’aborto è stato fortemente limitato. In Francia e Spagna è ancora difficile per molte donne povere accedere a servizi completi.
La giustizia riproduttiva serve anche in Europa. Serve anche qui.
Conclusione
Parlare di giustizia riproduttiva significa cambiare il punto di vista. Non basta chiedere il riconoscimento formale di un diritto. Bisogna guardare chi resta fuori, chi viene escluso, chi non può scegliere.
È un approccio più radicale, più complesso, ma anche più giusto.
E se Matunda News esiste, è proprio per questo: per dare voce, contesto, spessore e concretezza a una battaglia che riguarda tutte e tutti.