Perché il mondo non è ancora d’accordo su un diritto fondamentale
Il diritto all’aborto divide ancora il mondo. Nonostante le evidenze scientifiche, le raccomandazioni delle agenzie ONU e le mobilitazioni femministe di decenni, l’aborto sicuro non è ancora riconosciuto come un diritto umano universale.
Ma come siamo arrivati fin qui? E cosa ci frena ancora?
Cairo, 1994: la svolta mancata
La prima grande occasione di consenso globale sull’aborto arriva nel 1994, durante la Conferenza Internazionale del Cairo organizzata dalle Nazioni Unite.
In quell’occasione, 179 paesi adottarono il Programme of Action, che per la prima volta parlava di salute riproduttiva come parte dei diritti umani. Ma l’aborto? Troppo divisivo.
Si trovò un compromesso:
- Si riconobbe la necessità di ridurre il ricorso all’aborto attraverso educazione e contraccezione.
- Si chiese agli Stati di garantire la sicurezza degli aborti “laddove siano legali”.
- Ma non si arrivò a riconoscerlo come un diritto autonomo.
Come racconto anche nella mia tesi di dottorato, le pressioni delle delegazioni religiose e conservatrici impedirono un’affermazione chiara del diritto all’aborto.
Pechino, 1995: un passo avanti
Un anno dopo, alla Conferenza Mondiale sulle Donne di Pechino, le cose andarono leggermente meglio. Il documento finale parlò di:
“Diritto di tutte le donne a controllare tutti gli aspetti della loro salute, in particolare la propria fertilità.”
Si riconobbe il principio di autonomia corporea, ma anche qui l’aborto venne affrontato solo in termini generici, subordinato alle leggi nazionali. Nessun obbligo per gli Stati di legalizzarlo.
Nairobi, 2019: la dichiarazione delle ONG
Alla conferenza ICPD+25 di Nairobi (2019), diverse organizzazioni tra cui SisterSong, Ipas, Center for Reproductive Rights e Marie Stopes firmarono una dichiarazione globale sull’aborto.
Il messaggio era chiaro:
- l’aborto sicuro è una componente essenziale dei diritti umani,
- la sua criminalizzazione mette in pericolo la vita delle donne,
- servono leggi che lo rendano legale, accessibile e sicuro in tutto il mondo.
Ma ancora una volta, si trattava di una dichiarazione della società civile, non di un documento vincolante delle Nazioni Unite.
OMS e UNFPA: cosa dicono le agenzie ONU?
Le principali organizzazioni internazionali riconoscono l’importanza dell’aborto sicuro, anche se con alcuni limiti:
- OMS (WHO): dichiara che l’accesso a un aborto sicuro è essenziale per la salute e i diritti umani delle donne. Nel 2022 ha pubblicato nuove Linee guida globali sull’aborto, chiedendo la depenalizzazione totale e la rimozione delle barriere non mediche.
- UNFPA: pur avendo un mandato limitato (derivante dal Cairo), promuove una visione basata sui diritti e sottolinea che l’accesso all’aborto è fondamentale per la salute riproduttiva.
Altre organizzazioni come Ipas, Amnesty International, Center for Reproductive Rights hanno una posizione esplicitamente pro-choice e lavorano per influenzare le politiche pubbliche a livello nazionale e internazionale.
Perché non c’è ancora consenso?
Secondo il Center for Reproductive Rights, solo il 36% delle donne nel mondo vive in Paesi dove l’aborto è legale su richiesta. In oltre 90 Paesi è ancora vietato, fortemente limitato o punito penalmente.
I motivi principali:
- Pressioni religiose e conservatrici, soprattutto da parte di gruppi cattolici, evangelici e islamici.
- Strumentalizzazione politica: in molti Paesi l’aborto viene usato come tema identitario per compattare l’elettorato.
- Colonialismo culturale: molte leggi restrittive sono eredità dei codici penali coloniali.
- Mancanza di volontà politica, anche nei Paesi dove l’aborto è formalmente legale ma di fatto inaccessibile.
Il paradosso
Oggi sappiamo che vietare l’aborto non lo fa sparire. Lo rende solo più pericoloso.
Secondo l’OMS, quasi la metà degli aborti nel mondo è non sicura. E ogni anno, migliaia di donne muoiono per complicazioni evitabili.
Eppure, non esiste ancora un consenso globale che affermi chiaramente:
- l’aborto sicuro è un diritto umano.
- negarlo è una forma di violenza di Stato.
Conclusione
La verità è semplice: l’aborto è parte della salute, e la salute è un diritto.
Finché ci sarà ambiguità su questo punto, milioni di persone continueranno a rischiare la vita per esercitare un diritto fondamentale.
Come Matunda News, noi stiamo da una parte sola:
quella del riconoscimento, della depenalizzazione e dell’accesso reale per tuttə.